sabato 2 novembre 2019

10 microracconti che finiscono tutti prima che qualcuno si possa far male

Stai per leggere 10 microracconti potentissimi di Ciro Teleffe che finiscono tutti prima che qualcuno si possa far male. Come quei 10 microracconti che finiscono tutti con una bestemmia, anche qui: massimo 300 parole, perché vai di fretta; perché hai sempre da fare; non sai a chi dare i resti; hai la soglia dell'attenzione ai minimi storici; da qualche parte c'è il videino di una paperella o dio solo sa quale altro animaletto dolcissimo che giustamente, ripeto giustamente, vuole tutta la tua attenzione. Però ora sei qui. Leggi piano. Ho messo anche delle immagini con l'unico scopo di distrarti, darti la sensazione di riprendere fiato mentre una mano ti affoga giusto un po'. Respiri poi riaffoghi. 300 parole per 10: non muori. Sono solo microracconti, non si fa male nessuno, infatti finiscono tutti prima. 


#1 Patriarcado
Ci sono città in cui si legge, perché fornite di bei salotti, mentre fuori piove. Ci sono città dove non si legge affatto, e si fa sport, vita salutare e si fa tanto all’amore. E poi ci sono città in cui si spara.
Arthur Andrade avrebbe dovuto vivere in una città in cui si fa all'amore, al limite in una in cui si legge, non certo in questa, dove non si fa che sparare.
Per allentare l’ansia causata da tutto quello zolfo, Arthur Andrade scopava senza sosta. E pure bene, a quanto pare. Trattasi di talento, né più né meno. Lo sanno le donne, che - mentre gli uomini sparano - si raccontano tutto. Lo sanno le giovani e lo sa pure Annabelle.
Annabelle: il più bel fiore della città in cui si spara. Ora è sulla bocca di tutti per via delle sue tette così grandi da rasentare il ridicolo, sbocciate da un giorno all’altro scatenando l’ossessiva gelosia di suo papà: il boss della città in cui si spara.
«Perciò, caro Arthur, ti sei voluto scopare quella donna, se donna si può chiamare…»
«Si può senz’altro chiamare donna. No, dico, l’hai vista? Io la amo!»
«Beh, amico mio, io ti do ragione, ma sappi che sarà l’ultima, perché morirai. E come morirai, beh, quello dipenderà dalla fantasia del boss.»
Questo gli dissero e lui ci pensò.
“L’ultima? Che importa! Sarebbe perfetto: fuggire con Annabelle, portare l’amore nella città in cui si legge, amarla nei bei salotti mentre fuori piove... Leggerò qualche libro, bisogna imparare le usanze del posto...”
Mentre pensava così, il boss arrivò. Il boss in persona. Portava una valigia con gli attrezzi del barbecue, alcune corde, un testo di anatomia umana e un quadernino scritto fitto-fitto, con sopra un’etichetta che diceva: ideas para matar Andrade.




#2 Bodyshaming
Sul volo Britainairwais F7983, al 16B sedeva l’avv. Boris Wilhem, compiacendosi del fatto che il 16C fosse rimasto libero dopo il decollo.
Ma quando accesero il segnale “cinture slacciate”, un’ombra lo destò. Molly Olszewski, proveniente dal 34E, con dita simili a salsicce indicava il sedile vuoto, e con faticose manovre se ne appropriava. Boris sentì lo spazio restringersi, la temperatura alzarsi, e il grasso appiccicaticcio di Molly esercitare una potente pressione, contendendogli il poggiabraccio.
«Vede, dov’ero seduta c’era un neonato che piangeva», si scusò Molly.
«Mi faccia passare, mi trasferisco lì», rispose l’avvocato.
La donnacannone dovette alzarsi nuovamente. Wilhem temette che l’aereo potesse piegarsi. Poi per passare dovette affondare il naso nella schiena grassa di Molly. Si sentì momentaneamente inglobare da quelle grosse chiappe, sgusciò, raggiunse il corridoio e si diresse al 34E.
Al 34D, la neomamma Claudia Sanchez se lo vide arrivare. Gli sorrise nervosamente coprendosi la tetta piena di latte, ma non appena Boris Wilhem si sedette, Claudia sentì un olezzo di morto. Il bebè scoppiò a piangere di nuovo.
Normale! Con quella puzza!
Boris sorrise al neonato, mostrando la dentatura marcia. Poi pensò di fargli una carezzina per calmarlo. Claudia vide quel braccio grinzoso, lento e tremolante dirigersi verso suo figlio, e più avanzava più schiudeva la sua ascella, come il coperchio di un forno crematorio.
«Mi scusi», disse alzandosi velocemente col bebè in braccio, «mi vorrei spostare».
Nello stesso istante, Nassir Al Kanuni lasciava il suo sedile, vestito con un thawb nero lungo fino ai piedi, sandali d’agnello e unghie gialle infette. Peloso, pelle scura, barba lunga, occhi neri e sguardo bieco. In fondo al corridoio, Moirin O'brien, l’hostess con la pelle candida e il rossetto rosso come i capelli, lo vide estrarre qualcosa dalla cappelliera. Sgranò gli occhi celesti e si fece il segno della croce.


#3 Famiglia
Quando mi sono sposato con mia moglie, sapevo che avrei dovuto accettare alcune caratteristiche tipiche delle famiglie meridionali. Un uomo del Trentino e una donna napoletana hanno abitudini e mentalità diverse. Ma una cosa simile io non me la sarei mai aspettata. Me lo confessò come nulla fosse, dopo due anni di matrimonio, mentre metteva i piatti a scolare. E dicendomelo mi aveva guardato come non aveva fatto mai. C’era un collegamento fra i suoi occhi e la sua bocca, un qualcosa di elettrico le friggeva nello sguardo. Mi colpì il contrasto fra le sue pupille accese e le palpebre languide, intorpidite. Un fremito sulle sue labbra, come un aspro sorriso, e mi disse la cosa in modo chiaro: lei e la sua famiglia avevano un appartamento nel cuore di Parigi, dove tenevano un orso bianco.
Ricordo che dopo arrivarono le telefonate di rito. La madre preparò i bagagli, portò una gran quantità di cibo, suo padre scaldò il motore della macchina. Erano molto indaffarati, ma coordinati. E i loro occhi erano sempre su di me, nutrendosi della mia incredulità. Godendone.
Io non c’ero mai stato a Parigi e sì, faceva freddo, ma come un orso bianco potesse vivere in appartamento, questo non me lo spiegavo.
Difatti dai loro discorsi capii che quest’ultimo esemplare (ne avevano avuti diversi) stava soffrendo molto.
«S'è scipuat nu poc, ultimamente», disse mia suocera, aprendo a chiave la porta.
Udii un rantolo sovrumano. Non volevo entrare. C’erano maioliche spaccate e macchie di sangue dappertutto. Gli stipiti delle porte sventrati. Intravidi un mobile antico, azzoppato, accasciato su un fianco. Sentii un potente respiro provenire da sinistra.
«Entra!» mi diceva dall’interno mio suocero. Mi stava aspettando insieme a sua moglie e alla mia, tenendo la bestia a una catena.
«Ja’, entra!»


#4 Amichetti 
Tornavo verso casa da sola, a una sessantina all’ora. Adocchiai all'incrocio la sagoma di un uomo che stava attraversando col rosso. Calcolai di avere abbastanza tempo per rallentare e frenare con calma. Già il mio piede destro allentava leggermente l’acceleratore, il sinistro era pronto ad affondare la frizione, quando riconobbi, nel volto dell’uomo, quei lineamenti un po' invecchiati di colui che vent'anni prima era stato un mio amichetto. Vincenzino.
Ho tutto il tempo di rallentare, aiutandomi col freno-motore per evitare l’incidente. Ma la mia memoria subentra di prepotenza per ripropormi una rapida successione di ricordi.
C’era la preside che aveva convocato i nostri genitori, e gli stava raccontando quanto aveva scoperto, che da tempo ero vittima delle molestie di Vincenzino. Rimase generica, non specificò i calci in petto, gli sputi in bocca, che mi faceva spogliare nuda davanti a tutta la classe, che mi faceva mangiare i suoi escrementi. Rimasero generici tutti, facendo molti sospiri, sorrisi nervosi, ripetendo più volte “sono bambini”.
Ora ho spazio sufficiente per togliere il piede, scalare, dovrei frenare bruscamente...
Usciti dalla presidenza, il papà di Vincenzino si avvicinò a mio padre e gli disse: «se ti rivedo ti stacco la testa e te la ficco nel culo». Mio padre sbiancò. Fece scena muta. Vincenzino mi sorrise: un sorriso trionfante e cannibale, perché si stava nutrendo del mio, privandomene per anni.
I miei in macchina non dissero una parola. Li sentii poi litigare per giorni, di nascosto da me. Andai in una nuova scuola.
Ora posso schiacciare forte il freno e sterzare con decisione per evitare l’impatto, rischiandone un altro sulle auto parcheggiate, mentre Vincenzino si volta, vede la macchina, non so se riconosce anche me, ma è scomparso quel sorriso dal suo volto, sotto i miei fari.


#5 Lavoro
L'autunno impreziosisce le domeniche assolate, per questo i camerieri non devono lasciarsi scappare i tanti clienti in cerca di tavolini. Vengono a ristorarsi prima del rigido inverno.
Eva è arrivata fin qui dall'Albania. Ha attraversato l'Adriatico per raggiungere territori più ricchi, ha combattuto con camerieri autoctoni e alla fine si è aggiudicata il ruolo di caposala. Sono circa le 12.30 ed è stato occupato l'ultimo tavolino al sole. Il pizzaiolo già volteggia su sé stesso, lanciando microparticelle di farina. Eva guarda Irene (l'extra del fine settimana), lei posa immediatamente il telefono, che non controllerà più fino a fine turno. Un cucciolo di cameriere è al suo primo giorno e già ha sbagliato ad apparecchiare, ci ha messo troppo a spazzare. Eva lo prende per un braccio, gli parla schiettamente, lui scappa di là, anzi no di là. A fine giornata guadagnerà meno di tutti.
Non c'è più tempo da perdere, c'è già la coda, nessuno vuole mangiare dentro, tutti vogliono stare fuori, bisogna prendere i nomi, chiamiamo noi! Essere perentori coi clienti, se no è un attimo che se ne approfittano, consigliare piatti veloci, che mangino in fretta, liberare altri posti. Eva è concentrata, sa che può contare sul gruppo, su Irene fino a un certo punto, il nuovo bisogna sfruttarlo. Chiama un altro tavolo, alza una sedia di corsa, sorvola le teste, schiva un bambino, gli dice bellino, la sedia la porta laggiù, prego signori, Irene, sparecchiami il 4!. Guarda la lista, strilla: Andrea per cinque! Andrea per cinque! Andrea non c'è. Arriva un Michele per due, che s'è messo d'accordo con Eleonora per tre: vogliono dividersi il tavolo da cinque. Eva li ignora, strilla ancora più forte: Andrea per cinque!
S'è svegliato Andrea, stava laggiù. Prego!
Ore 13:15. Se continua così, presto Eva si ammalerà. 


#6 Amore
La frutta è buona. La frutta marcisce.
Anche l'amore è buono.
La coppia di amanti aveva assaporato il dolce dell'amore sussurrato: “amore, vieni qui?”; “amore, mi manchi” o addirittura “amore, ti amo”, per poi, col passare delle stagioni, sputare dalle bocche il disgusto di un amore avariato: “amore, eddai su!”; “amore, ma me lo fai apposta?”, fino a un emblematico - con spostamento dell'amore a destra, lontano dal cuore - “vattenaffanculo, amore!”
Lei aveva da poco letto Baudelaire scrivere che la natura è una foresta di simboli. Vero. Infatti, che il loro amore fosse in rottura, lo simboleggiava un'altra rottura: quella del setto nasale di lui. E che fosse stata lei l'artefice della rottura - quella del setto s'intende - era solo l'ennesima conferma di tali simboli, sempre in agguato come manifesti lungo la strada, che dicevano a grandi lettere: E BASTA! LASCIATEVI!
Non l'aveva fatto esattamente apposta, ma neanche tanto per sbaglio. Successe così: quando lei gli chiese di controllare se il telefonino fosse rimasto in macchina, lui, con la sua tipica flemma, invece di aprire lo sportello si era piegato in avanti per scrutare l'abitacolo da fuori, perciò lei non aveva resistito e, borbottando fra sé “vabbè, faccio da sola, amore”, aveva aperto di scatto la portiera, certa sì di colpirlo - un pochino, giusto per sfizio -, ma non così tanto da fracassargli il setto. Altro simbolo: uomo di pasta frolla.
Il lunedì seguente lei andò a prendere l'auto per recarsi a lavoro. Fece per entrare ma notò il sangue sul finestrino e, di fianco, scoprì il riflesso di sé stessa: sorrideva. Si sentiva soddisfatta.
Lui il giorno prima aveva manomesso i freni.


#7 Gentilezza
All'uomo che sta salendo le scale di questa metro desolata gli è caduto qualcosa. Edgar è l'unico a essersene accorto poiché è l'unico passeggero a essere sceso insieme a lui, solo qualche vagone più indietro. Accelera il passo per raggiungerlo nonostante debba prendere l'uscita opposta, chiedendosi come abbia fatto quel signore a non udire il tonfo causato dall'oggetto, che ora da vicino scopre essere un libro. Forse lo sferragliare del treno aveva coperto il rumore, eppure lui l'aveva percepito chiaramente con un'eco, e infatti si era voltato, aveva visto le gambe di un uomo salire verso su, e  il libro rimanere sulla banchina a faccia in giù.
«Mi scusi, signore? Mi scusi, le è caduto questo», aveva urlato Edgar alla bocca delle scale, sollevando il volume, un romanzo, la cui copertina sembrava intonarsi perfettamente al grigiore della linea sotterranea.
“Morte di un uomo gentile” s'intitolava.
I passi dello sbadato annunciavano la sua discesa, “Un po' troppo lenta, per essere uno che deve recuperare qualcosa di sua proprietà”, pensa Edgar girando il libro, curiosando intanto sulla quarta:
Stai per scoprire come Edgar morirà, esordisce la trama. Edgar sussulta, si sente importante... 
Un uomo gentile, proprio per la sua gentilezza sta per morire. Grazie alla bravura dell'autore, Edgar sei tu. Stai per vivere in prima persona l'esperienza della morte. I passi sono cessati, una presenza umana occupa lo spazio dirimpetto, dietro al libro. Per conoscere l'assassino, il proprietario di questo romanzo, i suoi occhi; per scoprire l'arma che userà su di te, magari un bastone, un'ascia, una semplice pistola, forse un uncino, un martello,  oppure un machete; per ricevere il colpo letale o i molti colpi imprecisi, non dovrai far altro che continuare a leggere. O alzare la testa.


#8 Il mostro

QUOTIDIANO
“Arriva a 99 il numero delle donne scomparse. Si pensa al racket della prostituzione”

In primavera vado sul corso a guardare le donne. Ho proprio un tavolino riservato: mi consente la visuale a nord con leggera pendenza, a sud controllo la curva, e da via XX settembre certi giorni entra un venticello che alza le sottane. Davanti ho il minimarket, da cui esce spesso la moglie del barista con due buste pesanti, e per portarle deve camminare tutta dritta con la schiena. Splendide le cicliste, ma sono veloci come un'idea. Le commesse non hanno rivali, quelle della profumeria sono truccatissime e lasciano la scia.
Quando una bella donna capisce che la sto guardando, cambia subito espressione, infastidita. Non è che io pretenda di rimorchiare, dico solo che se fossi bello probabilmente mi mostrerebbero almeno gli occhi, invece di guardare in basso o altrove; ricorrerebbero istintivamente a impercettibili movimenti, utili a esibire le loro virtù genetiche; sfoggerebbero salute, si farebbero più belle, insomma. E invece sono brutto, me ne rendo conto. La bellezza non mi riconosce come suo simile, non mi nota, non ricambia lo stupore. In pratica, siccome sono così, tutte con me cercano di essere meno belle. È una vera beffa perché, non solo mi perdo uno spettacolo, non solo il mondo mi restituisce ciò che involontariamente gli mostro (parola spesso associata alla mia persona), ma comincio a credere di sgraziare tutto ciò che osservo. Sono convinto che se rapissi e costringessi 100 belle donne a guardarmi - bene - per tre ore al giorno, nel giro di un mese avrei 100 donne carine, in sei mesi 100 donne così così... tempo due anni e vi restituirò 100 donne orrende come me.


#9 Microracconto Rap
Combatto coi pensieri di suicidio, sono recidivo, recido, radici di pensieri con il litio; invidio chi respira, affogo, nel buio pesto in un rovo, in un rogo. Confesso, d’avecce nella testa il gesto, riflesso del passato, compresso dall’angoscia in una morsa, aspetto, d’avecce un po’ de forza, pe’ abbatte’ l’animale ingabbiato nel mio petto.
Ma solo una cosa so: io non lo farò… c’è qualcuno che m’ha salvato, e nun è dio. Quer matto de mi padre l’ha già fatto, ar posto mio.
Pe nun scoprimme pazzo, nun so’ felice, so’ trattenuto… da na radice: così nun casco dar terazzo, è vero! Ma non posso... volare come un razzo in cielo.
E quindi me viè naturale, vivere affacciato, da vegetale, fa male: invecchiare rimanendo fermo, rimané indifesi come i pupi, ma morti dentro.
La consapevolezza, a sprazzi, a momenti: una marea de cazzi per la testa, il resto so lamenti e protesta. T’arendi, ti fingi morto. Nei giorni di festa, fai pure finta d’esse risorto.
Ma solo una cosa so: io non lo farò… c’è qualcuno che m’ha salvato, e nun è dio. Quer matto de mi padre l’ha già fatto, ar posto mio.
Il frutto non cade lontano, l’albero è in lutto e nessuno je dà na mano, nessuno sente la foresta: le voci che c’ho nella testa. La testa de mi padre sur cemento, il dottore m’ha impedito de fa’ il riconoscimento. Perché mi padre… nun s’è mai pentito, mentre stava per aria non s’è pentito, fino in fondo c’ha messo la faccia: non s'è nemmeno protetto co’ le braccia. E sopra ar corpo c’hanno steso un velo, ar funerale, sul volto c’hanno messo un velo, e io ricordo che ho guardato il cielo. Non s’era mica fermato il cielo. Non c’era in me più nessun pensiero.


#10 Ringraziamenti
Hai appena letto nove microracconti potentissimi (se non li trovi potentissimi rileggili) di Ciro Teleffe, questo è il decimo. Hai avuto quindi ben nove, dico nove possibilità per interrompere la lettura, ma non l’hai fatto. Magari hai iniziato per curiosità, o perché sei già affezionato a questo autore. Forse hai letto Kisandostan e ti rendi conto che lo stile è cambiato...  Oppure hai iniziato a leggere per sfottermi, sei stato tutto il tempo in cerca dell'errore, poi hai continuato perché sono così brevi, ed eccoci qui. Anche se un paio non ti sono piaciuti hai dato una possibilità a quello successivo, che devi ammetterlo: ha ripagato la tua fiducia. Forse ne è valsa la pena, è arrivato un microracconto che ti ha piacevolmente colpito, quello dopo per niente, ma ormai sei al numero 8, tanto vale leggerli tutti. Forse alla fine puoi ritenerti soddisfatt*, se invece non ti sono piaciuti per niente devi ammettere che sei un po' scem* a stare ancora qui. Perciò, secondo me, se adesso non condividi questo post su tutti i tuoi social dimmerda, per me sei un* stronz*, veramente un maleducat*. Seriamente, se hai letto tutto e non lasci neanche un segnetto, sei uguale a un ospite che va via senza salutare, uno che riceve un regalo e manco un grazie. È difficile essere educati quando non ci vede nessuno, si capisce. Ah, se invece sei uno degli amici siculi della mia compagna, di quelli che su facebook non mi mettono mai un like, volevo dirti SUKATI UN PRUNO :) Arrivederci.

Arrivederci.