sabato 5 marzo 2022

Tisanina n°18

 


Caro direttore, Le scrivo perché abbiamo un problema che, per quanto sembri di facile soluzione, risulta pressoché irrisolvibile. Oggi pomeriggio in filiale si è presentata una giovane ragazza, e si è rivolta al sottoscritto per aprire un conto. Ho avviato le procedure come da ultima circolare, ma si è verificato un imprevisto durante l'inserimento dati. Alla nuova domanda di sicurezza "Cognome della mamma" la ragazza ha comunicato di non disporne, né del cognome della mamma, né proprio della mamma. Non avendola conosciuta, non lo sa. Non ha una mamma, insomma, è un'orfana, direttore. "Bene", le ho detto, "adesso cerco di capire se esistono domande di sicurezza alternative". E cosa ho scoperto, direttore?, che non esistono! Non sono riuscito a andare avanti e a un certo punto si è bloccata la schermata, è arrivata Mirella delle risorse umane che, come Lei sa, qui è conosciuta col nome di Inquisizione e il cognome di Spagnola, perché ha sempre un fare diciamo inquisitorio... e mi ha chiesto "che succede qui?", e io le ho spiegato sottovoce che la signorina non aveva mai conosciuto la mamma e che l'unica domanda di sicurezza riguardava il cognome della mamma, e oltretutto se non si compilava la risposta non si poteva andare avanti. Allora è spuntato Fabio del fondo pensioni, che notoriamente ha orecchie molto lunghe e si impiccia di tutto. Be', Fabio, a voce alta, si è messo a ripetere quello che io avevo appena detto a voce bassa, e cioè che la ragazza non sapeva il cognome di sua madre. A quel punto la nostra cara Flavia, la raccomandata per capirci, Flavia: quella che sa sempre tutto lei e ha partecipato a diversi quiz televisivi, ecco, Flavia si è fiondata nella discussione e ha detto che bastava inventarselo, il cognome della mamma. Perciò Venanzio, il più acido e scorbutico di tutti i nostri colleghi, ha ritenuto che l'idea di Flavia fosse una buona idea e appoggiandola ha suggerito: "signorina, se lo inventi il cognome della mamma, eccheccazzo!", ma lo ha detto con un tono, ma con un tono, signor direttore!, che la ragazza mi è scoppiata a piangere di botto seduta stante. Così è arrivato Mario, la guardia giurata, che è risaputo che ci prova con tutte: Mario, su cui pende già un'ingiunzione restrittiva cautelare per una faccenda torbida con una minorenne risalente a due anni fa, Mario. Ecco lui si è messo a consolare la ragazza cingendola in modo troppo affettuoso per i miei gusti, e anche per i gusti della ragazza, tant'è che la suddetta giovane orfana ha iniziato a piangere ancora più forte. E ecco che a quel punto è arrivato Antonio, il sensibile del gruppo, e si è messo a piangere anche lui.

Quindi, riassumendo: ci sarebbe da contattare chi di dovere per cambiare la domanda di sicurezza. Comunque mentre scrivo la presente la ragazza è ancora qui davanti a me che piange. Cosa devo fare? In realtà al sottoscritto, detto in tutta sincerità, della ragazza interessa poco, io me ne voglio solo andare via, per sempre, io non ce la faccio più, non sopporto più nessuno, soprattutto Lei, caro direttore.


lunedì 18 ottobre 2021

Tisanina n°17



C'è questo palazzo a forma di piramide mesoamericana a cui si accede tramite una porticina di ferro rossa, e dietro questa porticina, dipendendo da quale parte vieni e in quale direzione vai, è giorno oppure notte. Dentro il palazzo è giorno, fuori è notte. Che uno potrebbe chiedersi come si fa a sapere che dentro è giorno, se si sta fra quattro mura? Facile: perché nel fuori del dentro (cioè nel cortile del palazzo) è giorno, ma se varchi la porticina rossa e esci in strada, è notte. Che poi dalla strada si vede il mare, il mare nero della notte con la luna che si specchia. E tu puoi passare dalla notte al giorno e dal giorno alla notte in pochi istanti, basta che esci e entri, entri e esci dal palazzo. Puoi addirittura metterti sull'uscio con un piede nel giorno e uno nella notte.

Sono in molti ad amare il giardino sul retro, dove c'è un perenne tramonto, e altrettanti ad adorare la cucina, dove invece è sempre l'alba di un nuovo giorno. Il giorno appena nato entra da una vetrata pallida con una luce del colore della perla, e tutta la stanza odora sempre di caffè, e appena ci entri ti senti nella testa i pensieri limpidi e assonnati del mattino. Alcuni dicono dipenda dalle droghe che circolano nel palazzo, dicono che è tutta un'allucinazione, un effetto ottico. Ma io dico: forse non lo è anche tutto il resto?, non lo sono già le nostre vite, un'illusione dei sensi? Che male può farci un posto così?

Qui ci può venire ad abitare ogni tipo di carattere, perché la notte e il giorno non sono mai uguali per tutti. Ci sono persone a cui servono più notti di altre; c'è chi invece ha bisogno di molta luce per smettere di pensare; c'è chi ha un cervello crepuscolare, e chi non si addormenta finché non sorge il sole.


Altre tisanine, scelte per voi da Ciro Teleffe














giovedì 29 luglio 2021

Tisanina n°16



Dio è Woody Allen


Come dice il titolo di questa scenetta, Dio è Woody Allen.

Ma attenzione perché la madonna è Whoopi Goldberg (l'azzurro le dona molto) e Buddha è Bud Spencer.

C'è bisogno di dire che Woody Allen è mingherlino, non esattamente un adone, e si muove tutto a scatti...? Non credo. La senti la voce stridula del doppiatore italiano? 

E la voce gracchiante della doppiatrice di Whoopy Goldberg? Con quel viso da furbetta... 

E hai presente l'imperturbabilità del nostro Bud? Un tipo di poche parole. In questa scenetta non picchierà nessuno...


Interno - Eterno - Lo studio di dio onnipotente è tutto a soqquadro.

La madonna bussa alla porta: - Dio? Dio? Guarda chi è venuto a trovarti, è Buddha, non lo saluti?

Dio solleva stancamente la mano.

- Pensa, è voluto passare lui di sua sponte, per vedere come stavi.

- Oh, sì. Sì, vorresti farmi credere che non l'hai chiamato tu? Buddha, è così?, anche tu ti presti a certi giochetti?, vuoi dire, vuoi dire che non è stata lei a costringerti? 

Buddha sorride, con quegli occhietti che sono due fessurine.

- Voi due secondo me mi avete preso per scemo. Beh io comunque sto bene, Buddha, non prenderla sul personale, temo che Maria ti stia facendo perdere tempo. Sì, ok, va bene, non si può perdere tempo nell'eternità, ma io sto bene, sto, sto una meraviglia, ecco, vedi? sto lavorando a un nuovo progetto.

Sul tavolo ci sono delle palle di cartapesta, un barattolo di colla vinilica, fili di ferro alla rinfusa.

- Un progetto? - dice la madonna, dando di gomito a Buddha.

- Un progetto, sì, il mio grande progetto, perché?, non è ancora finito ma ha il suo perché, sapete?, io, io ci sono quasi, ve lo garantisco, questo, questo sarà una bomba, meglio del big bang!, il big bang a confronto sembrerà una sagra di paese, dovreste vedere...

- Oh, andiamo, Santo dio!, quant'è che non crei?,  tredici?, quattordici milioni di anni?

- Beh, beh, ma lo sai che sei stronza? Sto cercando l'ispirazione. Ma tu lo sai che c'è un tempo di decompressione?, anzi di...

- Non dirlo, ti prego.

- Eh no, e invece lo dico, lo dico eccome!

- Non lo dire, non dire quello che stai per dire, non voglio sentirti, mi metto a urlare.

-E invece lo voglio di...

- Aaaaahhhhhhh

- Ma la vuoi fare finita?, Santa Madonna, devi farmi fare sempre, Buddha, tu non lo sai, questa mi fa fare sempre certe figure... nell'eden rimbomba tutto... Io voglio, mi fai parlare? Mi fai parlare? Io voglio dire che c'è un tempo di depressione!, l'ho detto: fra un'opera e l'altra c'è un periodo di depressione. Lo sanno tutti, è fisiologico.

- Ma per favore! Buddha, digli qualcosa!

Buddha non si esprime.

- Di depressione, di depressione. Non lo sai che creare un'opera è proprio come partorire?

- Oh santo Dio, santo Dio, questo mi vuole vedere sbroccare! Tu mi vuoi vedere sbroccare, di' la verità! Santo Dio! 

- Eccomi, ti sento, è inutile che urli, sono qui davanti, pronto?, cosa vuoi, ho detto partorire, partorire, ho detto depressione post parto, ho detto parto, ah ma tu non lo sai cos'è un vero parto, certo!, l'unico figlio che hai avuto era il messia! Ti ho dato l'unico bambino venuto al mondo già unto, te l'ho unto io, non hai dovuto nemmeno spingere che è uscito da solo! Lui, lui non le rompe le acque, lui ci cammina. Per forza, ha i miei geni!

- Ma dimmi tu che mi tocca sentire, Buddha, parla! Esprimiti, santo cielo, di' qualcosa... E tu! Tu...! Non ti azzardare più a nominare mio figlio invano, hai capito? Se penso a quel ragazzo, a come l'hai abbandonato! Quel povero Cristo l'hai dato in mano a quei mis... 

- A quei cosa? Eh? A quei cosa? Dai avanti, continua, a quei cosa?, no perché sai, è la tua razza, io non dico niente eh, ma tu sei una di loro...

- Buddha, mi vuoi aiutare per cortesia? Io non lo so che t'ho chiamato a fare!

- Che ti deve dire lui, non vedi com'è tranquillo? Non ha pensieri, lui non ha pensieri. E comunque hai appena ammesso che l'hai chiamato tu. Vero Buddha?, guarda come ride, lui non ha pensieri.

- Beh - dice il Buddha, - se posso dire la mia...

- Dilla, dilla... E dilla! - dice la Madonna.

- Beh, secondo me, voi due, avete troppi desideri.

- Troppi desideri dice. Ma lo senti? E questo l'hai fatto venire fino a qui per curare me? È questo il tuo pezzo forte?, il tuo, il tuo asso nella manica?

- Dai Buddha, però, anche tu, sempre con questi desideri. Sei fissato sei.

- Beh, però è vero - dice il Buddha, - i desideri sono causa di sofferenza.

- D'accordo. Abbiamo capito il tuo punto di vista, Buddha, davvero, abbiamo capito, ma di' qualcos'altro, proponi qualcosa!

- Ahm, così su due piedi, mi viene in mente... la contemplazione!

Dio sputa del vino che si era appena creato, - La contemplazione! La contemplazione! Santo me! E se io non creo tutto questo, vedi tutto questo?, se io non creo tutto questo, mi dici cosa contempli?, sentiamo, cosa contempli. Ah! Fai scena muta! Hai visto? Il tuo Buddha fa scena muta.

- Beh, sai una cosa - dice la Madonna -  avresti anche ragione, ma il fatto è che tu non crei proprio niente, tu ti sei fermato. Guarda!, guarda qua fuori, guarda in che condizioni sta l'eden, guarda! Da quant'è che non falci il prato?, glielo vuoi dire a Buddha da quant'è che non tagli l'erba?, te ne stai tutto il giorno chiuso in questo studio a lavorare al PROGETTO, il progetto, il progetto, lo sai solo tu che cos'è questo progetto, la verità è che non fai un bel niente. E nessuno crede più nelle tue invenzioni e sai perché? Perché sei tu il primo a non credere in te stesso.

- Esatto! esatto!, l'hai detto: non credo in me stesso, va bene?, sai che ti dico?, sai che ti dico? Che io sono ateo! Non ho mai creduto in nessun dio. Non sta in piedi proprio come idea!, guarda, al limite posso essere agnostico. Ti posso concedere questo.


- Sei proprio un coglione - dice la madonna.


Dio sembra colpito. Si siede sul divano, si mette le mani nei capelli.

- Hai ragione, perché continuare a mentire, sono un vero coglione. Tu, tu hai profondamente ragione, ma a chi voglio prendere in giro! C'è gente laggiù che fa il tifo per me. Ho dei fan club davvero appassionati lo sai?, fanno la guerra per me. E io cosa faccio per loro? Niente. Io non faccio niente, non mi faccio neanche vedere, non so... potrei dare un concerto di tuoni, che ne dici?

- Potresti. Sì. Va bene tutto, a me interessa solo vederti di nuovo su col morale, con un po' di entusiasmo, quando ti ho conosciuto eri un tipaccio, alluvioni, cavallette, non ci annoiavamo mai...

- Non lo so, è forse il mio stile che non va? Devo, devo ritrovare il mio stile. Oppure devo reinventarmi. Mi devo svecchiare. Mi serve, mi serve l'ispirazione, ma ti giuro, Maria, io, io voglio farcela questa volta.

- E allora reagisci! Reagisci santo Te!, fagli vedere cosa sai fare!

- Sì! - dice Dio alzandosi in piedi - Adesso io, io... mi devi credere, spacco tutto... stavolta ho in mente una gran cosa. Ti giuro su Me che adesso mi metto subito a lavorare...

- Bravo, Amore!


Una sagoma scura si staglia sulla porta, la sua ombra ha le corna, ma quando fa un passo avanti le corna sono sparite e scopriamo che si tratta di Roberto Benigni, con la faccia molto seria.


- Che ci fa lui qui? - dice la madonna.

- Oh no, ah ah, niente, che ci fa lui qui, niente, mi è venuto a trovare, così.

- Ma voi, voi non dovreste vedervi...- dice Buddah.

- Ehm, ma no!, ma quella è una storia vecchia, sai lui è qui per... ehm, lui è qui per... per il progetto! Vero Satana? Lo sto, lo sto assorbendo, per così dire... Facciamo una fusione... Dai, non fate quelle facce...

-Non fare quella faccia, Maria! - dice il diavolo entrando nella stanza.

Dio gli va incontro, si danno la mano e cominciano a parlare fra di loro a bassa voce: - allora, m'hai portato quella roba che ti ho chiesto? Oh, bene, perfetto, è buona?, è quella buona questa, perfetto, oh sì, questa sballa da paura!, è davvero buona, io, io non so come farei senza di te...

- Quando vuoi, questa è la migliore in circolazione. Garantito. L'ho data a Shiva, ancora mi ringrazia...

- Certo certo, eh eh eh.

Poi dio riprende a parlare con un tono di voce più alto del normale guardando con la coda dell'occhio la madonna.

- Allora, Satana, siamo d'accordo eh!

- Di che?

- Eh eh, del progetto!

- Ah sì... il progetto, certo certo, siamo d'accordo.

- Dobbiamo limare qualche dettaglio...

- Certamente...

- Sistemare un paio di cosette...

- Le firme!

- Esatto! Le firme. Quando si fa un affare, eh eh, ci vogliono le firme.

- Eh!

- Allora, amore, Buddha... se non vi dispiace, Satana e io ce ne andremmo a fare una passeggiatina. Non ti dispiace, vero, amore? Amore? Ma lo sai che ti trovo proprio bene oggi? Sei tipo, tipo piena di grazia, te lo volevo dire da prima ma non capivo cosa fosse. No dai, non fare quella faccia, non ti lascio mica sola, stai con Buddah, il signore è con te... Ciao Buddha, fermati quanto vuoi... Noi adesso dobbiamo proprio, dobbiamo andare, è per le firme... 

E mentre sgattaiolano via, la voce di dio si allontana dicendo - Maria, non mi aspettare alzata, sei benedetta fra le donne, ricordatelooo...

Buddha scuote la testa.

La scenetta si chiude con un effetto iride sul volto contrariato della Madonna.




  


mercoledì 14 luglio 2021

Tisana n°15

 Il Ringalluzzimento umano.

Siamo nell'8679 d.C., che è come dire il 1784 d.s.C. (dopo il secondo Cristo), o come dire 3826 dopo la fine definitiva della Terra.


Il professor Turandozzi sta tenendo una lezione di storia e letteratura galattica.

«Riprendiamo da dove eravamo rimasti la scorsa volta. Dicevamo: il periodo che va dalla metà del 4100 fino alla fine del 4500 è conosciuto col termine di R i n g a l l u z z i m e n t o: un'epoca in cui gli ultimi terrestri concentrano tutti i loro sforzi nell'esplorazione dell'universo e riescono, con una piccola élite, a viaggiare oltre la velocità della luce. Dovete pensare che per trovare l'energia necessaria alla realizzazione di quest'impresa ci volle un enorme dispendio di vite umane. Oltre il 99% della popolazione terrestre lavorò giorno e notte per consentire a pochi eletti di tentare la fortuna nello spazio.

«Chi sono questi eletti: be', aristocratici ci verrebbe da dire, i ricchi della Terra... ma attenzione, non è così. Perché anche i ricchi e i potenti avevano paura, non sapevano a cosa sarebbero andati incontro nel vasto universo, e perciò decisero di mandare avanti i cosiddetti "Migliori".

«I Migliori erano uomini e donne capaci, addestrati, intelligenti e forti fisicamente che, una volta scoperti nuovi pianeti adatti a ospitare la vita, sarebbero dovuti tornare indietro a prendere, a quel punto sì, i regnanti della Terra.

«Quindi ecco che all'inizio del quinto millennio, intorno al 4100, i "Migliori" esemplari dei nostri antenati si lanciano in questa nuova avventura. Ma con che spirito lo fanno?, con quale sentimento s'imbarcano, secondo voi? Ma è chiaro! Col sentimento di chi fugge, col rimpianto di chi abbandona la propria casa e,  soprattutto, col terrore di chi non sa cosa l'aspetti al di là del proprio sistema.

«Apro una piccola parentesi: (studieremo poi in letteratura protospaziale del Ringalluzzimento, il famoso "Diario di bordo e di speranza" della comandante Zara Corbeschi, che contiene in nuce tutti i timori, i sogni e la speranze della razza umana dell'epoca. Ci faranno tenerezza e anche un po' orrore, questi terrestri, e inoltre scopriremo, nel meraviglioso diario di Corbeschi, le tappe e gli episodi più interessanti del viaggio. Il tutto, peraltro, scritto in un delizioso esperanto).

«Bene, a differenza dei nostri terrorizzati avi, noi già sappiamo cosa li stava aspettando: due pianeti abitabili (loro usavano il termine "esopianeti" per dire che si trovavano al di fuori del loro sistema solare, questa ricordatevela perché ve la chiederò). Dov'ero rimasto... mi sono perso... Ah sì, i pianeti abitabili... che sono poi i pianeti in cui viviamo tuttora: la nostra vicina Kepler 22-b, ribattezzata poi Orlando, che ruota attorno alla stella Kepler 22, ribattezzata Nuovo Sole, e la nostra Proxima D, che orbita come sapete attorno a Proxima Centauri.

«E cosa trovano in questi nostri pianeti? La vita, ragazze e ragazzi!, la vita che bramavano più di ogni altra cosa. Entrano in contatto con degli esseri molto interessanti, esseri che, come sappiamo, in gran parte si sono estinti.

«State molto attenti.

«Qual è l'aspetto più importante della faccenda? È che, dal punto di vista dei terrestri, questi esseri erano in qualche modo inferiori. Certo, alcune creature erano pericolose, ce n'erano di feroci, proprio qui, dove viviamo oggi... alcune mordevano, altre pungevano o graffiavano, alcune sputavano sostanze tossiche, ma nulla che non fosse gestibile con le armi che gli umani avevano in dotazione. Quindi capirete bene che è da questo momento in poi che nasce il concetto di Ringalluzzimento.

«Oh, apro un'altra piccola parentesi: (per essere precisi, Ringalluzzimento è un termine relativamente nuovo, coniato soltanto un paio di secoli fa dallo storico Cirotto Teleffoni, ma rende bene l'idea dello stato emotivo in cui si dovevano trovare questi avventurieri). Immaginate delle persone stanche, affrante, con un senso di colpa molto forte legato alle condizioni del loro pianeta d'origine, che viaggiano terrorizzate, disperate in uno spazio inesplorato e finalmente, quando incontrano nuove terre e nuove forme di vita, scoprono non solo di non essere soli, ma anche che queste terre e queste creature sono facilmente assoggettabili.

«A quel punto, da una condizione di profonda angoscia, passano ad avere la netta sensazione di appartenere a una specie prescelta, preferita da qualcosa... da qualcuno.

«Ricominciano cioè a pensare a dio. Pur avendo smesso (con grandi giovamenti psicologici) circa mille anni prima, ricominciano a sognare una divinità intelligente, un dio sempre più umano, e si godono tutti i frutti e le bellezze dei nuovi pianeti come se gli spettassero di diritto: cascate, laghi, mari, montagne, terre fertili e pietre lavorabili, minerali bellissimi e carichi di energia, frutta e verdura dai sapori mai provati.

«I "Migliori" non conscevano, per esempio, la paracca: immagineteli nell'atto di sbucciare questo frutto per poi scoprire che parla, e poi mangiarlo, perché l'unica cosa che dice la paracca è "mangiami", e sentire il sapore della felicità che la paracca sintetizza così bene.

«Oppure pensiamo al loro primo assaggio del marguazzo, molto salato ma ottimo per aumentare il quoziente intellettivo. Non dimentichiamoci poi che all'epoca gli umani si nutrivano anche di animali, quegli stessi animali che ritenevano inferiori ma che inferiori poi non sono, noi lo sappiamo, loro no, loro erano in pieno Ringalluzzimento, non comprendevano molte cose, troppi marguazzi dovevano mangiare ancora, prima di capire davvero...

«All'inizio non sapevano nemmeno che gli scolobbrobri dalle sei zampe fossero dei gran manipolatori: per chi non li conoscesse gli scolobbrobri sono quegli insetti molto piccoli, proprio microscopici che, riunendosi in sciami collaudatissimi, possono assumere le sembianze di qualsiasi altro animale, sedurlo e farci l'amore per puro godimento. Ora sono abbastanza rari, ma all'epoca erano molto diffusi e i terrestri si lasciavano spesso abbindolare.

«Oppure prendiamo lo psicopesce, che se ci parli ti senti meglio.

«O l'idromorbido, o l'aprepè, che sanno sognare tutto quello che gli va.

«O le cambrille, che hanno il dono dell'ubiquità.

«O i lucigassi, che fanno luce sui misteri.

«O le sarpamolle, abilissime con le equazioni.

«O i corbostrofi, barzellettieri inimitabili.

«O i sorbaccelli, che non hanno mai giudicato nessuno e non insistono mai.

«O le piattulille, che si automangiano all'infinito e non hanno bisogno di niente.

«O le trofillacce, che viaggiano nel tempo.

«O i minchiosozzi, che scrivono solo grandi canzoni...

«Possono tutte queste creature meravigliose, maestre di vita, essere considerate oggi, alla luce di quanto sappiamo, inferiori ai nostri avi? Ovviamente no, e anche noi, dopotutto, ragazzi e ragazze, abbiamo ancora molto da imparare.

«Bene, la lezione è finita, vi interrogherò domattina, avete perciò 102 ore per ripassare, prima che il nuovo sole tramonti e risorga. Chi non si fa interrogare è un terrestre che mangia marguazzi».
















lunedì 12 luglio 2021

Tisanina n°14


 Demetra Cribari

Demetra Cribari si schiantò contro il Mc Donald di Zodi, provincia di Brustambate di Legnago, il 28 marzo 2047, ore 11:32 del mattino.

C'era il pienone, c'era la fila lì fuori, tutti i tavoli occupati all'interno. Sono morti tutti, tranne Demetra Cribari, che quando la recuperarono somigliava a un Bigcheese con molta salsa barbecue, solo che la salsa non era salsa ma sangue misto a interiora, e faceva le bolle e dalle bolle usciva una voce che diceva: «un McMenu grande, per favore».

I sanitari la raccolsero e in sala operatoria la ricostruirono,  102 ore di intervento chirurgico slowfood. La dottoressa che la ricompose, Giulia Misbeffi, entrò in lizza per il Nobel ma lo rifiutò preferendo una stella Michelin.

In tutta questa storia, ciò che fece davvero emozionare gli italiani fu il carattere di Demetra. Basti pensare che prima di allora non aveva corso mai, se non per andare al Mc Donald di Zodi, ma dopo quel tragico incidente, nonostante non avesse più delle gambe che si potessero dire gambe, bensì delle minuscole e innumerevoli protuberanze croccanti simili a Mc Nuggets, Demetra Cribari diventò un'Atleta. Come avrete notato, con la A maiuscola.

Ero una vera pappamolla, prima di quel 28 marzo. Passavo le giornate a scrollare il telefonino e a ordinare cibo a domicilio. Se lo avessi fatto anche quella mattina, invece di recarmi personalmente a Zodi, oggi non sarei qui, a sollevare al cielo la mia trentaduesima medaglia d'oro nella disciplina di tuffi dalla scogliera quando c'è la secca, e nemmeno deterrei il guinnes dei primati di persona che ha mantenuto per più tempo la testa nella bocca del coccodrillo, per non parlare del fatto che quest'anno sono diventata la capitana della squadra di PAP (Palla Avvelenata Perdavvero) di Brustambate. L'anno che viene andiamo in Champions...

Questa è l'ultima intervista che abbiamo di Demetra. E ora siamo di nuovo tutti qui, preoccupatissimi, eh sì perché la nostra eroina sta combattendo l'ennesima battaglia. Sembra così lontano venerdì scorso, quando la davamo tutti per favorita al torneo di testate col montone. Non è bastato il caschetto protettivo (forse non omologato) a proteggere Demetra dai capricci del destino. Il montone ha avuto la meglio e Demetra Cribari si è spaccata a metà. Una delle due metà è rotolata giù dalla collina, rimbalzando fra le rocce appuntite e terminando la sua corsa fra i rovi. I cani stanno trovando ancora tanti brincelli di Demetra. Il montone è stato soppresso questo lunedì, ma della salute di Demetra si è detto pochissimo.

«È stabile, ma non possiamo ancora sbilanciarci,  l'abbiamo messa in freezer», ha detto Giulia Misbeffi.

Starebbero tentando di rimpastare alcuni rimasugli recuperati qua e là insieme agli scarti del montone stesso: è quanto emerge dalle stories pubblicate di recente dalla dottoressa Misbeffi. Un suo like alla foto di un hamburger ci fa ben sperare.

"Siamo tutti con te, Demetra, non mollare, sei un esempio per chi non si arrende, sei la voglia di vivere, sei speranza". Sono solo alcuni dei messaggi che arrivano costantemente in redazione.

E guardate questo marciapiede, siamo di fronte all'ospedale di Brustambate, dove si trova ricoverata, c'è chi lascia dei fiori, chi dei bigliettini, eccone uno: "Combatti per noi, stoica guerriera", firmato Anna, 5 anni.

Guardate che atmosfera: c'è chi accende una candela, chi prega, chi piange disperato.

Ecco qui un cartello scritto da un tifoso, ma non un tifoso qualunque, si tratta del preparatore atletico Rolando Merendi, lo leggiamo, dice così: "Cara Demetra, vogliamo tutti rivedere quel sorriso. Anche se non hai più avuto dei veri e propri denti, a noi ci è sempre piaciuto. E sogniamo di rivedere i tuoi occhi, anche se li hai persi quando sei diventata la donna che ha fissato per più tempo il sole e ora sono solo due pallette da ping pong incassate nelle orbite. E poi vogliamo vederti di nuovo saltare, anche se i tuoi non erano esattamente dei salti, ma esplosioni disperate di orgoglio, e anche se a ogni salto rinunciavi a brandelli di tessuto epiteliale, vogliamo che zompetti, Demetra. E vogliamo vederti di nuovo felice al fianco di tuo marito Fulvio e dei tuoi figli Samuel, Manuel e Gabriel. Ci basta poco, cara Demetra, ci basta che torni. Anche solo un pezzettino".
















mercoledì 7 luglio 2021

Tisanina n° 13


 Lupo Cerbiatti

Dire che Lupo Cerbiatti soffra di mutismo selettivo è come dire che un eunuco non ami il sesso, è come dire che un comatoso non ami la vita. Non solo è errato, ma è scambiare l'epifenomeno per il fenomeno, laddove il vero fenomeno è solo e soltanto Lupo Cerbiatti. Beh sì, perché il fatto che Lupo non spiccichi più una parola da anni, è in realtà la sana risposta a una forma grave di fonomorfismo che, per chi non lo sapesse, è quella malattia che colpisce una persona su miliardi (Lupo Cerbiatti solamente) e che fa sì che tutto ciò che Lupo Cerbiatti dica, diventi una roba vera.

È chiaro che per roba vera qui non s'intendono predizioni, premonizioni, presagi, ma roba che va sulle proprie gambe, roba col libero arbitrio.

Non è un fatto riscontrabile sul momento, il malato di fonomorfismo non vede materializzarsi all'istante ciò che dice, è come se le sue parole fossero semi che il vento porta dove vuole, poi finiscono dove capita, germogliano e si rifanno una vita. 

La prima volta che ne prese coscienza fu in un bar di calle Malabares (stava in vacanza in un posto spagnoleggiante, con le palme, i cocktail, era spensierato), quando gli presentarono uno che si rivelò inequivocabilmente un suo discorso di gioventù.

Era tale e quale a come l'aveva pronunciato tanti anni prima al compleanno di sua madre. Solo più cresciuto, ora quel discorso era diventato un giovanotto, ben vestito, davvero una brava persona. Aveva ancora degli ideali.

Lì per lì Lupo disse le cose che si dicono sempre, restiamo in contatto, vediamoci qualche volta, almeno per una pizza, m'ha fatto tanto piacere, sì certo come no. In realtà da quella notte non riuscì più a chiudere occhio, né a parlare, ecco qua.

Si ossessionò al pensiero di quante (figlie? come chiamarle?) creature uscite dalla sua bocca potessero abitare il mondo. E non solo: che razza di persone erano diventate? Tutte rispettabili come quel suo discorso celebrativo? Fra l'altro sembrava che la vita fosse andata davvero bene a quel discorsetto, meglio che a lui, che viaggiava su una Panda incidentata, mentre quello su che macchina era montato? Una lucida e fiammante gli era parso di vedere. E gli altri suoi discorsi? Dov'erano, chi erano, di cosa si occupavano?

Assecondando una serie di paranoie finì per chiudersi in casa, rimuginando sulle litigate più inutili che aveva avuto durante la vita, aveva augurato cancri, aveva detto cose come "ti dovrebbero ammazzare", aveva detto certe cose così tremende che ora, se guardava il telegiornale, pensava che era tutta colpa sua.

Un altro incendio doloso...

Massacro in una scuola elementare, un ragazzo armato di mitra...

Non hanno rispettato il cessate il fuoco...

Forte calo della natalità... e certo, non parlo più!

Non poteva più addormentarsi, Lupo Cerbiatti chiudeva gli occhi e faceva gli incubi, sognava tutti quei discorsi armati affollare le vie del quartiere, le parole di vendetta le immaginava a tramare nelle fogne. Quand'era troppo stanco, la mente riusciva a rilassarsi e sognava le parole dolci, poche, quelle che qualche volta gli erano sfuggite mettendolo in imbarazzo. Eccole trucidate dall'esercito più nutrito delle frasi violente, loro sì, meglio organizzate, puntuali, precise, risalivano dai bassifondi della psiche e finivano il lavoro.

E allora si tormentava per la scarsa produzione di parole di conforto, che pure aveva pensato ma non aveva osato dire quasi mai, e le aveva condannate a vivere nei campi, nei ghetti, senza diritti. E non si dava pace, vedeva le frasi di circostanza girare come zombie per la città, buongiorno, buonasera, condoglianze, la capisco, affollavano i caffè quei mostri, viaggiavano in metropolitana con lo sguardo basso. Facevano carriera.

E tutti quegli "io" che aveva pronunciato? Che folla agghiacciante di io, io, io, io, io, io, io, io, io, io, una sfilza di manichini con uno specchio sottobraccio, io, io, io, io, io, che si sentivano speciali e invece erano tutti uguali. La città piena di gente che si specchiava.

E si sa che di fronte a uno specchio, uno vede il contrario di sé stesso. Così nessuno potrà avere mai la percezione del proprio danno, pensò Lupo Cerbiatti specchiandosi a sua volta, vedendo che l'immagine riflessa, nonostante avesse scelto di tacere, continuava a parlargli in mille modi. Col corpo, con lo sguardo, col tremore, sembrava dirgli "non hai scampo".

Così Lupo ordinò un megafono. Se lo fece arrivare a casa con l'intenzione di cambiare l'ecosistema. Voleva reintrodurre alcune specie di parole.

Prese un libro di poesie dalla libreria, si affacciò al balcone e cominciò ad urlare.

L'illustrazione è opera di Narratto